A PROPOSITO DELLA STRAGE DI SANT'ANNA DI STAZZEMA



Questo mio appunto, elaborato dopo la recente notizia delle condanne inflitte ai colpevoli della strage di Sant'Anna di Stazzema, ha come unico scopo il portare alla luce alcuni particolari, spesso volutamente ignorati, che aiuteranno sicuramente la comprensione dell'accaduto.
Siamo dunque nella primavera del '44, l'Italia ha già firmato l'armistizio (il tradimento) ed i primi partigiani cominciano ad affluire nella cittadina già luogo di rifugio per molti profughi e sfollati nonostante i bombardamenti anglo-americani.
Tra questi partigiani, molti dei quali sbandati, verranno poi inquadrati nella celeberrima Brigata 10bis Garibaldi. Da subito, come rilevabile dalle testimonianze dei sopravvissuti, si accamparono sui monti e pretesero di essere riforniti di viveri dalla popolazione (come testimoniato dall'allora fornaio del paese Amos Morioni) ed a nulla valsero le proteste dei cittadini che furono messe a tacere con la minaccia dei fucili.
Con l'arrivo del mese di giugno i partigiani iniziarono a fucilare e torturare varie Camicie Nere ed iscritti al PNF in genere prelevandoli dalle loro case nelle varie incursioni e scorribande. Nonostante questo raramente i Fascisti posero in luogo ritorsioni ed in ogni caso mai si decisero per il rastrellamento o per esecuzioni sommarie.
In luglio la situazione precipitò, i partigiani avevano cominciato una pesante operazione di fiaccamento delle pattuglie tedesche mediante la consueta tattica dello "spara e fuggi" trincerandosi in alcune case e nel campanile di Stazzema, fu allora inevitabile la decisione dei comandi tedeschi di porre fine a quegli attentati eliminando ogni traccia di resistenza dal paese.
I partigiani rassicurarono i cittadini dicendo che mai sarebbero arretrati e che li avrebbero difesi con tutte le loro forze, il 9 giugno l'ordine di sgombero venne affisso sulla porta della chiesa, ma subito i partigiani lo strapparono sostituendolo con uno cui si ordinava ai cittadini di non muoversi.
Questi ultimi, sotto la diretta minaccia delle armi comuniste, furono costretti a rimanere fino a quando l'eroica resistenza decise di battere in ritirata, il paese fu abbandonato dalle brigate partigiane ma ormai era troppo tardi, sempre Amos Moriconi racconta che alla domanda "Perché ci abbandonate? Voi sapete bene di averci infilato in una rete e sapete anche che i tedeschi non ci risparmieranno. Avevate promesso di difenderci. Dove ve ne andate adesso?" il partigiano interrogato "Mi guardò ghignando e si allontanò senza rispondermi".
Molti uomini riuscirono a fuggire nei boschi pensando che i tedeschi avrebbero, come di consueto, cercato solo individui maschi di età compresa tra i diciotto e i sessant'anni ma così, purtroppo, non fu. I continui atti terroristici dei partigiani avevano fomentato una rabbia terribile nelle truppe tedesche che rastrellarono duramente tutto il paese.
Ma l'incubo non era finito: sempre Moriconi racconta: "Mentre mi stavo dedicando a questa terribile incombenza (seppellire le salme ndr), vidi i partigiani. Erano due. Uno lo conoscevo bene da tempo: era un milanese che si faceva chiamare "Timoscenko". Si avvicinarono a me. Notai subito che avevano le tasche piene di portafogli, oggetti d'oro e d'argento. Se ne erano infilati anche dentro la camicia. Li guardai senza parlare. "Timoscenko" allora mi disse: "Devi consegnarci tutti i soldi e gli oggetti di valore che trovi sui morti. Siamo noi che dobbiamo prenderli in consegna". Mi sentii salire il sangue alla testa; impugnai la piccozza e la alzai di scatto; "Vattene", gli dissi. "Vai via se non vuoi che ti spacchi il cranio". "Timoscenko" esitò un momento e poi, senza replicare, si allontanò".
Sul conto di questo "Timoscenko" e di altri partigiani comunisti ne abbiamo sentite raccontare di tutti i colori. Furono visti entrare in case dove non era rimasto più vivo nessuno e uscirne dopo aver fatto man bassa. Furono anche visti spartirsi il bottino; "Qualche giorno dopo la strage", ci ha confermato Teresa Pieri, una delle superstiti, "scesi a Valdicastello. In una strada riconobbi due partigiani comunisti che avevo visto tante volte a Sant'Anna. Mi avvicinai e mi accorsi che si stavano dividendo soldi, braccialetti, catenine d'oro.
Tutta roba rapinata sui cadaveri dei nostri cari".

Emanuele Garziera
Federale Provinciale del Movimento Fascismo e Libertà

Nel caso vogliate approfondire ed avere maggiori dettagli consiglio la lettura di questo testo online.

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